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WARHOL : VETRINE

18 aprile - 20 luglio, 2014  - a cura di Achille Bonito Oliva

«La Pop art è per tutti. Non credo che l’arte dovrebbe essere solo per pochi eletti, ma penso che al contrario dovrebbe essere per la massa del popolo americano, gente che di solito accetta comunque l’arte.» (Andy Warhol, 1967)

 La mostra muove dal particolare rapporto che lega Andy Warhol alla città di Napoli, nato a metà degli anni 70 attraverso il cineasta Mario Franco e grazie, soprattutto, all’amicizia con il gallerista Lucio Amelio (Napoli, 1931-1994), di cui ricorre quest’anno il ventennale dalla morte. Motivo per cui è stata considerata essenziale la collaborazione con gli Eredi Amelio e l’omonima Fondazione.

Proprio al rapporto con Amelio si deve la concezione del più noto monumentale headline work di Warhol, Fate presto (1982), basato sulla prima pagina del Mattino del 23 novembre 1980, il cui strillo trasformava in notizia l’evento drammatico del terremoto d’Irpinia, che per la sua distruttiva violenza impressionò l’artista. La stessa che gli avrebbe suggerito, qualche anno più tardi, la serie Vesuvius (1985), in cui l’immagine del vulcano, uno dei temi classici dell’iconografia locale, viene replicata ossessivamente in colori sempre diversi.

 Nel 1983, in occasione della mostra Latitudine, Amelio scriveva: « C’è una linea che congiunge Napoli e New York, quella che sull’ atlante segna la latitudine, ma ben al di là di questa collocazione geografica, di questa liasion imaginaire, esiste soprattutto il filo di una stretta somiglianza, di una reale affinità……Città che vivono giorno per giorno una vita frammentaria, tumultuosa, non stop ventiquattro ore su ventiquattro, sempre al limite dell’ apocalisse……» Seguendo dunque la liaison imaginaire tra Napoli e New York intuita da Amelio e indagata da Alberto Abruzzese in Napoli NO/ New York (1982), la mostra vuole rintracciare i nodi di una sotterranea empatia tra l’underground promiscuo e multirazziale, bello e dannato della metropoli statunitense e la magmatica creatività popolare della capitale storica del Mediterraneo. Un territorio sempre in bilico tra morte e rinascita, dramma e commedia, ricchezze artistico-culturali e paccottiglia kitsch, che ancora e sempre si rivela essere il sipario strappato sulla scena interiore della contemporaneità.

In omaggio alla prima personale allestita da Warhol nel 1961 nelle vetrine di Bonwit Teller a New York, il titolo della mostra è Vetrine. E prende spunto dall’allestimento di Palazzo Roccella di una selezione di opere su carta tratta dalla serie Golden Shoes, realizzata da Warhol all’inizio della sua carriera nella Grande Mela  – quando, a metà degli anni 50, lavora come grafico pubblicitario per famose riviste di moda e come vetrinista per i negozi di lusso di Madison Avenue - decretandone il passaggio da artista commerciale ad artista tout court. Così come le serigrafie delle star e di oggetti di consumo lo decreterà icona dello star system. Adombrando fenomeni caratteristici di Napoli come i “femminielli”, la produzione dei falsi o la tradizione canora, la mostra propone la serie Ledies and Gentlemen del 1975 (con le relative opere uniche di acetati e polaroid) e i disegni realizzati dall’artista a partire dalle fotografie di Wilhelm von Gloeden (1978) acquistate da Lucio Amelio; la storica serie Marilyn del 1967 e quella firmata nel 1985 da Warhol con la scritta «questa non è mia» (Marilyn this is not by me); le numerose collaborazioni avute dall’artista con case discografiche, cantanti e gruppi musicali, firmando cover assolutamente rare già alla fine degli anni degli anni 40 e altre presto entrate nella storia del rock.

Chiudono infatti la mostra le Campbell’s soup cans e i Camouflage, e poi le “scatole-scultura” e le t-shirt realizzate dalla Andy Warhol Foundation for the Visual Arts in sintonia con la volontà dell’artista, che aveva inseguito il suo sogno di popolarità attraverso la moltiplicazione seriale delle sue opere, in un’inedita competizione con le tecniche di produzione industriale e con le regole della grande distribuzione. Proprio perché nella società mass-mediale l’immagine commerciale si basa sulla pubblicità e sul meccanismo di penetrazione che essa determina, Warhol decide di utilizzare nei propri lavori le immagini dei prodotti che appartengono alla quotidianità di tutti, ricchi e poveri, facendo di queste il nuovo ready made duchampiano. Qui si rivela lo specifico talento creativo di Wharol: saper estrapolare ed elevare dal marasma della società dello spettacolo, satura di prodotti commerciali e loghi, nuove icone e nuovi simboli tanto consueti quanto immediatamente riconoscibili. Se è vero, dunque, che l’arte è l’affermazione della classe dominante di un paese, Warhol contribuì certamente alla costruzione nella società capitalista americana (e non solo americana) di quell’unità morale (leggi: coincidenza di valori, scopi e intenzioni) propedeutica e necessaria alla nascita di grandi opere d’arte.

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